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L’albero del mango, la storia e la botanica

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L’albero del mango ha una storia tutta da raccontare. Dalla fine del 1500 ad oggi il mango è conosciuto ed apprezzato, se avete già letto l’articolo sul Mango uscito qualche giorno fa su Greenious ora potrete apprezzare la pianta per la sua storia e l’aspetto botanico.

L’albero del Mango nella storia

Permettetemi di condividere un testo che non è ristampato da qualche anno (o meglio da qualche secolo): sono il fortunato possessore della seconda edizione della serie completa del “Giro del mondo” in nove volumi del dottor D. Gio. Francesco Gemelli Careri.  Il tomo terzo “contenente le cose più ragguardevoli vedute nell’Indostan” della mia edizione è stato stampato in Venezia da Sebastiano Coleti nel 1719 (vedi l’immagine del frontespizio). La prima edizione è di fine 1600. Ecco cosa dice sul Mango:

La Manga è un albero, alto quanto un buon pero, con frondi però più grandi, e più dilicate. La Manga ch’è il suo frutto, è pesante, e schiacciata, e tiene un piè lungo, per lo quale sta appesa verso terra. Al di fuori è verde, e la polpa di dentro, tolta la scorza, è bianca, e gialla. Ve n’ha di più spezie e di differenti sapori: alcune si chiamano Mangas Carrejras, e Mallaias, altre de Nicolao Alfonso, altre Satias ed altre di diversi nomi, che tutte superano nel sapore qualsiasi frutto d’Europa. Si maturano ad Aprile, a Maggio, e a Giugno, benché a Gennajo, e Febrajo se ne truovi alcuna. Sono caldissime, e si colgono dall’albero acerbe (come tutte le altre frutte Indiane), venendo poi in casa a perfezione di là a tre giorni.

Da queste poche righe possiamo comprendere che già nel 1680 c’erano diversi cultivar di mango, che erano specialmente gli spagnoli e i portoghesi a coltivarli, che ancora non erano diffusi nella società, neppure nell’alta società di cui Gemelli Careri faceva sicuramente parte. Da allora probabilmente sono andate perdute alcune delle varietà e forse addirittura delle specie, che erano coltivate a scopo alimentare già quattro secoli fa. Il cultivar Alfonso (citato da Gemelli Careri) però è ancora oggi uno dei più coltivati in India.

Caratteristiche botaniche del Mango

Torniamo all’aspetto botanico: l’albero del mango o il mango venne descritto da Carl Linneo nel 1753 come Mangifera indica, è un genere della famiglia delle Anacardiaceae, e questo spiega i grandi contenuti di oli essenzial, ma in Europa per la prima volta ne aveva scritto in italiano Ludovico de Varthema, già nel 1510. La pianta è facilmente riproducibile partendo dal seme. In altri miei articoli (terzo stupidario verde sulla fioritura delle orchidee e delle piante grasse) ho spiegato come la riproduzione sessuata in botanica sia faticosa per le piante che preferiscono  evitare di fiorire e di far frutti. Alcune specie preferiscono usare, per riprodursi, gli stoloni: getti basali da cui si sviluppa una pianta completa, che può vivere autonomamente anche separata dalla “pianta madre”. Per l’albero del mango la situazione è simile a quella che ho già descritto nel mio articolo, la fioritura è sollecitata da uno stress: da un riposo vegetativo “forzato” della gemma terminale di ogni ramo. Questo riposo di almeno quattro mesi può essere indotto artificialmente con uno stress idrico cioè un lungo periodo di siccità (mancate  annaffiature), oppure con uno stress termico come un improvviso calo delle temperature tenute basse con le stesse tecniche colturali usate per le orchidee: far evaporare rapidamente grandi quantità di acqua grazie a flussi di aria convogliati in modo forzato su della segatura tenuta bagnata.

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Questo metodo di raffreddamento utilizza le proprietà dell’eutettico nel passaggio di stato, in questo caso da liquido a gassoso: nel passaggio di stato la temperatura rimane costante ma vengono assorbite grandi quantità di energia. Per farla semplice: è lo stesso metodo che usano i contadini che sanno come fare per mangiare, anche in pieno sole e in piena campagna, un cocomero freddo. I  contadini scavano nel terreno due buche, della grandezza di mezzo cocomero, le bagnano in modo da creare un buon collegamento tra la terra umida e il frutto che verrà interrato. Dopo aver tagliato il cocomero in due metà, le inseriscono nelle buche, con la polpa esposta al sole. Dopo un’ora o più (a seconda della temperatura ambientale) tolgono dalla buca il mezzo cocomero e dopo aver tagliato e scartato un paio di centimetri della polpa quasi secca, la parte restante della polpa avrà una temperatura notevolmente più bassa di quella ambiente. Se vi sembra impossibile vi ricordo che basta provare per credere. Torniamo alle caratteristiche botaniche del mango: i fiori sono di colore bianco, con sfumature rosa, raggruppati in pannocchie e profumati per attirare gli insetti impollinatori, l’odore ricorda il profumo del mughetto.

Come far germogliare una pianta di mango

La semina del mango è abbastanza semplice e quasi sempre riesce, se però non si seguono particolari accorgimenti la pianta rimarrà rachitica e morirà dopo pochi anni. Partendo da un seme fresco di una pianta non trattat

a con conservanti o peggio, basterà fare con un coltello di ferro dolce ben affilato un’incisione nella parte laterale del seme opposta a quella più arcuata, l’incisione ci permetterà di schiudere il nocciolo che potremo “conciare” con un fungicida adatto alle semine. Così trattato il seme verrà poi adagiato su un terreno da semina e ricoperto da uno spessore di terra non superiore al centimetro. Se terremo il vaso in cui abbiamo messo il seme in una zona luminosa, con la terra alla giusta umidità e temperatura (umida e calda, ma non fradicia), entro tre settimane avremo la fuoriuscita del germoglio. Attenzione, usate un vaso stretto ma profondo, la pianta emetterà un fittone (una radice a carota) che è bene non superi i 18 / 20cm. La pianta è una longidì, di quelle che germogliano quando percepiscono che le giornate si allungano, in autunno va aiutata a germogliare con lampade in grado di allungare l’esposizione luminosa. Piuttosto che sciorinarvi dati tecnico-botanici su questa pianta permettetemi due parole sulla mia esperienza con il mango. Intanto per garantirvi che non perda il suo gusto nei banchi del supermercato o dal nostro fruttivendolo di fiducia: se il frutto è colto maturo il sapore, e soprattutto l’aroma, si riduce molto, l’ho potuto sperimentare personalmente, anche gli indiani lo colgono ancora acerbo e lo utilizzano in decine di ricette, anche salate, dopo qualche giorno da quando è stato raccolto. In India il mango è l’albero consacrato a Lord Ganesha, figlio primogenito di Shiva e di Parvati. È la divinità indù rappresentata con la testa di un elefante, con una sola zanna. È il protettore degli affari e delle moltitudini, è una divinità che porta la fortuna a chi la prega, ma soprattutto riesce a eliminare dalla strada dei suoi fedeli tutti gli ostacoli, sia spirituali che materiali, per questo è una delle divinità più invocate. Gli altari e i troni di Ganesha sono ornati con fiori, foglie e frutti di mango. Se volete cimentarvi nella semina del mango, ma non vi sentite molto sicuri di voi, potreste provare a pensare a Ganesha!

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