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Castagno

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Il castagno europeo ( Mill., 1768), in Italia più comunemente chiamato castagno, è un albero appartenente alla famiglia Fagaceae[1]. Negli ultimi decenni è stato sovente introdotto, per motivi fitopatologici, il castagno giapponese (). Le popolazioni presenti in Europa sono perciò principalmente riconducibili a semenzali di castagno europeo o a castagni europei innestati sul giapponese o a ibridi delle due specie.

Importanza economica e diffusione[modifica | modifica wikitesto]

Il castagno è una delle più importanti essenze forestali dell’Europa meridionale, in quanto ha riscosso, fin dall’antichità, l’interesse dell’uomo per i molteplici utilizzi. Oltre all’interesse intrinseco sotto l’aspetto ecologico, questa specie è stata largamente coltivata, fino ad estenderne l’areale, per la produzione del legname e del frutto. Quest’ultimo, in passato, ha rappresentato un’importante risorsa alimentare per le popolazioni rurali degli ambienti forestali montani e, nelle zone più fresche prealpine, d’alta collina, in quanto erano utilizzate soprattutto per la produzione di farina di castagne.

L’importanza economica del castagno ha attualmente subito un drastico ridimensionamento: la coltura da frutto è oggi limitata alle cultivar di particolare pregio e anche la produzione del legname da opera si è marcatamente ridotta. Del tutto marginale, infine, è l’utilizzo delle castagne per la produzione della farina, che ha un impiego secondario nell’industria dolciaria.

Si ritiene che buona parte delle superfici forestali a castagno siano derivate da una rinaturalizzazione di antiche coltivazioni abbandonate nel tempo[2], mentre la coltivazione si è ridotta alle stazioni più favorevoli, dove è possibile ottenere le migliori caratteristiche merceologiche del cacumi, in particolare il legname[2].

Descrizione botanica[modifica | modifica wikitesto]

Tavola botanica.

Il castagno è una pianta arborea, con chioma espansa e rotondeggiante ed altezza variabile, dai 10 ai 30 metri. il castagno è una specie eliofila, caducifoglie e latifoglie. I castagni sono alberi molto longevi, possono diventare plurimillenari. La fioritura avviene a giugno e la fruttificazione a settembre-ottobre a seconda delle varietà.

In condizioni normali sviluppa un grosso fusto colonnare, con corteccia liscia, lucida, di colore grigio-brunastro. La corteccia dei rami è di colore bianco ed è cosparsa di lenticelle trasverse. Con il passare degli anni, generalmente dai quarant’anni in poi, la corteccia inizia a fessurarsi longitudinalmente a partire dal colletto.

Le foglie sono alterne, provviste di un breve picciolo e, alla base di questo, di due stipole oblunghe. La lamina è grande, lunga anche fino a 20-22 cm e larga fino a 10 cm, di forma lanceolata, acuminata all’apice e seghettata nel margine, con denti acuti e regolarmente dislocati. Le foglie giovani sono tomentose, ma a sviluppo completo sono glabre, lucide e di consistenza coriacea.

I fiori sono unisessuali, presenti sulla stessa pianta. I fiori maschili sono riuniti in piccoli glomeruli a loro volta formanti amenti eretti, lunghi 5–15 cm, emessi all’ascella delle foglie. Ogni fiore è di colore biancastro, provvisto di un perigonio suddiviso in 6 lobi e un androceo di 6-15 stami. I fiori femminili sono isolati o riuniti in gruppi di 2-3. Ogni gruppo è avvolto da un involucro di brattee detto .

Il frutto è un achenio, comunemente chiamato , con pericarpo di consistenza cuoiosa e di colore marrone, glabro e lucido all’esterno, tomentoso all’interno. La forma è più o meno globosa, con un lato appiattito, detto , e uno convesso, detto . Il polo apicale termina in un piccolo prolungamento frangiato, detto , mentre il polo prossimale, detto , si presenta leggermente appiattito e di colore grigiastro. Questa zona di colore chiaro è comunemente detta . Sul dorso sono presenti striature più o meno marcate, in particolare nelle varietà del gruppo dei marroni. Questi elementi morfologici sono importanti ai fini del riconoscimento varietale.

Gli acheni sono racchiusi, in numero di 1-3, all’interno di un involucro spinoso, comunemente chiamato , derivato dall’accrescimento della cupola. A maturità, il riccio si apre dividendosi in quattro valve. Il seme è ricco di amido.

Esigenze ed adattamento[modifica | modifica wikitesto]

Corteccia del fusto.

Il castagno è una specie mesofila e moderatamente esigente in umidità[3][4]. Sopporta abbastanza bene i freddi invernali, subendo danni solo a temperature inferiori a -25 °C[3], ma diventa esigente durante la stagione vegetativa. Per questo motivo il castagno ha una ripresa vegetativa tardiva, con schiusura delle gemme in tarda primavera e fioritura all’inizio dell’estate. Al fine di completare il ciclo di fruttificazione, la buona stagione deve durare quasi 4 mesi. In generale tali condizioni si verificano nel piano montano (600–1300 m) delle regioni mediterranee o in alta collina più a nord. In condizioni di umidità favorevoli può essere coltivato anche nelle stazioni fresche del , spingendosi perciò a quote più basse. Condizioni di moderata siccità estiva determinano un rallentamento dell’attività vegetativa nel mezzo della stagione e una fruttificazione irregolare[3]. Le nebbie persistenti e la piovosità eccessiva nei mesi di giugno e luglio ostacolano l’impollinazione incidendo negativamente sulla fruttificazione.

Nelle prime fasi tollera un moderato ombreggiamento, fatto, questo, che favorisce una buona rinnovazione nei boschi maturi, ma in fase di produzione manifesta una maggiore eliofilia.

Corteccia e lenticelle nei giovani getti.

A fronte delle moderate esigenze climatiche, il castagno presenta notevoli esigenze pedologiche, perciò la sua distribuzione è strettamente correlata alla geologia del territorio. Sotto l’aspetto chimico e nutritivo, la specie predilige i terreni ben dotati di potassio e fosforo e di humus. Le condizioni ottimali si verificano con pH di terreni neutri o moderatamente acidi; si adatta anche ad un’acidità più spinta, mentre rifugge in genere dai suoli basici, in quanto il calcare è moderatamente tollerato solo nei climi umidi[3]. Sotto l’aspetto granulometrico predilige i suoli sciolti o tendenzialmente sciolti, mentre non sono tollerati i suoli argillosi o, comunque, facilmente soggetti ai ristagni. In generale sono preferiti i suoli derivati da rocce vulcaniche (tufi, trachiti, andesiti, ecc.), ma vegeta bene anche nei suoli prettamente silicei derivati da graniti, arenarie quarzose, ecc., purché sufficientemente dotati di humus. I suoli calcarei sono tollerati solo nelle stazioni più settentrionali, abbastanza piovose, mentre sono mal tollerate le marne.

Attuale distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Il castagno vegeta in un areale circumediterraneo, ad estensione frammentata, che si estende dalla penisola iberica alle regioni del Caucaso prossime al Mar Nero[5]. In Europa, la maggiore estensione si ha nelle regioni occidentali: è diffuso nel centro e nord del Portogallo e nelle regioni settentrionali della Spagna, in gran parte del territorio della Francia, fino ad estendersi nel sud dell’Inghilterra, nel versante tirrenico della penisola italiana e nell’arco alpino fino ad arrivare alla Slovenia e alla Croazia. Qui l’areale si interrompe per riprendere dalle regioni meridionali della Bosnia e del Montenegro ed estendersi in gran parte dei territori dell’Albania, della Macedonia e della Grecia. Infine riprende dalle regioni occidentali della Turchia, estendendosi a quelle settentrionali lungo il Mar Nero, giungendo fino al Caucaso.

Diffusioni sporadiche[5] si hanno in Germania, in Bulgaria, in Romania e nel Nordafrica, nelle regioni dell’Atlante. Nel Mediterraneo, infine, è presente in gran parte del territorio della Corsica, nelle regioni centrali della Sardegna, in Sicilia sui monti Peloritani, Nebrodi, Madonie, Iblei, Sicani ed Etna, infine, in quelle occidentali dell’isola d’Elba.

Ricci in accrescimento.

In Italia[5][6] vegeta nella zona fitoclimatica del , a cui dà il nome, estendendosi anche nelle zone più fresche del , per introduzione da parte dell’uomo. In genere si ritrova su quote variabili dai 200 metri s.l.m. fino agli 800 m nelle zone alpine, mentre nell’Appennino meridionale può spingersi fino ai 1000-1300 metri. La distribuzione è frammentata perché legata a particolari condizioni climatiche e geologiche. La maggiore diffusione si ha perciò in tutto il versante tirrenico della penisola, dalla Calabria alla Toscana e alla Liguria, e nel settore occidentale dell’arco alpino piemontese. Nel versante adriatico e nel Triveneto la sua presenza è sporadica e nella Pianura Padana è praticamente assente. Nelle isole è presente in areali frammentati nelle isole maggiori, circoscritti alle stazioni più fresche. La concentrazione di maggior rilievo si ha in Campania, (Irpinia) che contribuisce per circa il 50% all’intera produzione nazionale di castagne.

È dunque una tipica essenza degli ambienti boschivi collinari e di quelli montani di bassa quota. L’ecosistema forestale tipico del castagno è la foresta decidua temperata mesofila, dove forma associazioni in purezza o miste, affiancandosi alle (per lo più farnia e roverella), al frassino, al carpino nero, al noce, al nocciolo, ecc. Per le sue caratteristiche è una specie strettamente associata alla roverella, tipica mesofita della foresta mediterranea decidua.

La diffusione del castagno nella storia[modifica | modifica wikitesto]

Un vecchio e maestoso esemplare in Inghilterra, con una circonferenza del fusto di quasi 10 metri.

castagno secolare in Scozia

Sul castagno c’è una sostanziale incertezza in merito al suo “indigenato”, ovvero alla sua origine, ai processi che ne hanno determinato la sua distribuzione e alla natura delle formazioni forestali in cui è presente. In passato si riteneva che la specie fosse originaria del bacino sudorientale del Mar Nero (regioni del Ponto e del Caucaso occidentale) e che da qui fu propagato, nel corso dei secoli, dai Greci e dai Romani. Secondo più recenti teorie che si basano su studi palinologici, si ritiene che il castagno abbia trovato rifugio in alcune limitate zone durante l’ultima glaciazione (Würm), quando è avvenuta una generale contrazione delle superfici forestali in Europa. La più grande e riconosciuta zona rifugio si localizza nel Caucaso e nel nord dell’Anatolia. Altre zone rifugio si sono individuate in Italia nei versanti tirrenici dell’Appennino settentrionale e centrale dalla Liguria al Lazio e nelle zone collinari nei pressi del lago di Garda (Monti Lessini, Colli Berici e Colli Euganei), in Spagna lungo le coste della Cantabria e in Galizia, in Francia nei pressi del dipartimento di Isère, ed infine in Grecia nei rilievi del Peloponneso, della Tessaglia e della Macedonia Centrale. Dopo la glaciazione il castagno ha visto una forte espansione ad opera dell’uomo già a partire dal periodo Neolitico assieme al noce da frutto e alle colture cerealicole[7][8].

La massima diffusione in tutta l’Europa ebbe inizio con i Greci, fu ampliata dai Romani e proseguì ininterrottamente nel corso del Medioevo per opera degli ordini monastici[5][6]. Lo scopo di questa estensione era la sua duplice funzione, come risorsa amidacea (castagne) e tecnologica (legname da opera).

Castagni in Galizia (Spagna) , la regione spagnola con la maggiore vocazione per la castanicoltura.

Castagno secolare in Corsica

La crisi del castagno ebbe inizio a partire dal Rinascimento, presumibilmente in concomitanza con il progresso tecnico in agricoltura e con il crescente sviluppo della cerealicoltura[5]. Da allora e fino all’Ottocento, il castagno subì un lento e progressivo abbandono, nonostante si verificassero espansioni di portata locale che, nel corso dei secoli, fecero variare la distribuzione della castanicoltura, almeno in Italia.

Alla fine dell’Ottocento iniziò il declino vero e proprio della castanicoltura, protraendosi per decenni a causa del concorso di molteplici cause: l’evoluzione delle abitudini alimentari delle popolazioni europee, l’introduzione di materiali alternativi quali il metallo e la plastica nell’allestimento di manufatti e opere infrastrutturali, civili e agricole, la crisi dell’industria del tannino dopo gli anni trenta, il crescente interesse verso altre specie forestali da legno alternative al castagno (robinia e ciliegio), la pressione antropica sugli ambienti forestali.

Alla riduzione delle superfici forestate a castagno hanno inoltre contribuito, in modo non trascurabile, le decimazioni dovute a due patologie associate a questa specie: il mal dell’inchiostro, causato dagli oomiceti e, più recentemente, , ed il cancro del castagno, causato dall’ascomicete . All’azione di questi parassiti si aggiungono anche gli attacchi degli insetti xilofagi, che in genere si sviluppano a spese di piante indebolite da condizioni ambientali non favorevoli.

Nel complesso, la castanicoltura si è fortemente ridimensionata, ed è circoscritta alle aree di maggiore vocazione, sia per le castagne sia per il legno, mentre i castagneti progressivamente abbandonati nel corso dei secoli sono scomparsi o si sono evoluti verso un’associazione boschiva rinaturalizzata.

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Riccio in schiusura.

Il frutto è utilizzato da tempi antichissimi, come si è detto, per la produzione di farina di castagne. Questo impiego ha oggi un’importanza marginale e circoscritta alla produzione di dolci tipici, come il castagnaccio e il Panmorone (dolce tipico di Campomorone). Ancora diffusa è invece la destinazione dei frutti di buon pregio al consumo diretto, concentrato nei mesi autunnali, e alla produzione industriale di confetture e marron glacé. Interesse del tutto marginale ha il possibile impiego dei frutti come alimento per gli animali domestici.

La corteccia e il legno del castagno sono particolarmente ricchi di tannini (circa il 7%) e possono essere impiegate per la sua estrazione, destinata alle concerie. Questa destinazione d’uso, in Italia, ha riscosso un particolare interesse nei primi decenni del XX secolo, epoca in cui l’industria del tannino nazionale faceva largo impiego del castagno, ma dopo il 1940 ha perso importanza sia per la contrazione di questo settore sia per il ricorso, come materia prima, al legno di scarto[5].

La ceppaia di un vecchio ceduo.

Il legno di castagno[4] è caratterizzato dalla formazione precoce del durame, perciò presenta un alburno sottile. Il durame è bruno, mentre l’alburno è grigio chiaro. Strutturalmente è un legno eteroxilo con porosità anulare e tende a sfaldarsi in corrispondenza degli anelli[9].

Fra i suoi pregi si citano la durevolezza e la resistenza all’umidità, perciò si presta per l’impiego come legno strutturale; la facilità di lavorazione lo rendono adatto ad essere impiegato per la realizzazione di vari manufatti. È inoltre un legno semiduro, adatto secondariamente anche per lavori di ebanisteria.

La precocità di formazione del durame rende inoltre possibile l’attuazione di turni di ceduazione relativamente brevi, naturalmente in funzione del tipo di assortimento mercantile richiesto. La densità è dell’ordine di 1 t/m³ nel legno fresco e di 0,58 t/m³ per quello stagionato.

Il legno lavorato presenta tonalità variabili dal giallo al rossastro, venature sottili e una spiccata nodosità.

Per le sue caratteristiche tecnologiche, il castagno è stato tradizionalmente usato per molteplici impieghi e la realizzazione di travi, pali, infissi, doghe per botti, cesti e mobili, oltre alla già citata estrazione del tannino. Attualmente la sua destinazione principale è l’industria del mobile.

L’apicoltura è un’attività accessoria che può appoggiarsi alla castanicoltura. Pur avendo impollinazione prevalentemente anemogama, i fiori maschili del castagno sono bottinati dalle api, che ne raccolgono il polline ed il nettare:[10] perciò questa pianta è considerata mellifera. Il miele di castagno[11] ha una colorazione variabile dall’ambra al bruno scuro, retrogusto amaro, resiste alla cristallizzazione per lungo tempo, è particolarmente ricco di fruttosio e polline. La sua produzione si localizza naturalmente nelle zone a maggiore vocazione per la castanicoltura e, principalmente, nella fascia submontana fra i 500 e i 1000 metri di altitudine, lungo l’arco alpino, in Emilia-Romagna, e sul versante tirrenico della fascia appenninica e nelle zone montane della Sicilia settentrionale.

L’uso del castagno a scopo medicamentoso è un aspetto marginale, tuttavia questa specie è considerata pianta officinale nella farmacopea popolare[12]: per il contenuto in tannini, la corteccia ha proprietà astringenti, impiegabile in fitocosmesi per il trattamento della pelle. Alle foglie, oltre alle proprietà astringenti, sono attribuite proprietà blandamente antisettiche e sedative della tosse.

Sempre nella farmacopea popolare di alcune regioni, la polpa delle castagne, cotta e setacciata, trova impiego in fitocosmesi per la preparazione di maschere facciali detergenti ed emollienti[12].

Il Castagno dolce è anche uno dei 38 fiori di Bach, secondo cui l’essenza ricavata dai suoi fiori, associata alle qualità di robustezza e longevità della pianta, viene consigliata per superare le difficoltà d’animo e guadagnare fiducia[13].

Note selvicolturali[modifica | modifica wikitesto]

Innesto a spacco diametrale. A: marze; B: capitozzatura del soggetto e spacco diametrale; C: inserimento delle marze nello spacco; D: legatura; E: applicazione del mastice.

Il castagneto, sia da frutto sia da legno, si governa come ceduo o come fustaia, tuttavia quest’ultimo è meno frequente.

La propagazione del castagno è contestualizzata alla situazione operativa. Si possono verificare i seguenti casi:

  • Impianto di un nuovo castagneto
  • Recupero di un vecchio castagneto

Nel primo caso si ricorre alla propagazione per seme, seguita dall’innesto, che in genere si applica solo per i castagneti da frutto. Nel secondo caso si ricorre alla propagazione vegetativa con la ceduazione, sfruttando l’attitudine pollonifera del castagno, oppure alla propagazione mista, basata sulla matricinatura.

Innesto a corona. A: marze; B: capitozzatura del soggetto e incisione corticale; C: inserimento delle marze nelle incisioni; D: legatura; E: applicazione del mastice.

La propagazione per seme si effettua impiegando il materiale da popolazioni di selvatici. Le castagne vengono eventualmente stratificate, al fine di prevenire la pregerminazione, e seminate in primavera. La semina si effettua in vivaio, in semenzaio, in vaso o in fitocella, oppure direttamente in campo. La semina diretta offre la minore percentuale di fallanze, mentre il trapianto è aleatorio soprattutto con semina in semenzaio. Del tutto sconsigliato è il trapianto dei cosiddetti , ossia dei semenzali nati dalla rinnovazione naturale estirpati dalla loro sede in quanto si ottiene una percentuale molto alta di fallanze[14]. La semina diretta si effettua disponendo le castagne in numero di 2-3 in ogni buca.

La densità di semina o di impianto, secondo la tecnica, è dell’ordine di 4-5 q di seme ad ettaro e di 2000 piantine ad ettaro[14].

Innesto a zufolo o ad anello. A: marza a una gemma con anello di corteccia; B: incisioni anulari sul soggetto; C: scortecciatura del soggetto; D: applicazione della marza; E: legatura.

L’innesto è una pratica indispensabile per il castagno da frutto, necessaria per ottenere le varietà desiderate. L’innesto si pratica sui semenzali oppure sui polloni emessi con la ceduazione. Gli innesti a marza si praticano con marze di 1-2 anni di età e si differenziano in varie tipologie in base al rapporto di età fra portinnesto e marza: sui polloni di 3-5 anni di età si effettua in genere l’innesto , inserendo due marze agli estremi del taglio, oppure quello , inserendo 2 o 3 marze in fenditure praticate sulla corteccia del portinnesto capitozzato. Su polloni o su semenzali di 1-2 anni si pratica invece l’innesto ; in questo caso, infatti, marza e portinnesto hanno pressoché lo stesso diametro. I migliori risultati si ottengono con l’innesto a spacco pieno[14]. L’innesto a gemma si pratica invece con la tipologia o su semenzali o polloni di 1-2 età. Fornisce buoni risultati ma presenta più vincoli in merito al periodo utile.

Gli innesti si praticano alla fine del periodo di riposo, prima della ripresa vegetativa. Per gli innesti a corona e quelli a gemma è necessario che le piante siano . Con questo termine si indica quella fase, immediatamente precedente la ripresa vegetativa, durante la quale il cambio è già entrato in attività, favorendo il distacco della corteccia dal legno.

Tipi di governo[modifica | modifica wikitesto]

Ceppaia di un vecchio ceduo.

Il ceduo è attualmente la forma più comune di governo dei castagneti. Dato lo scopo principale che aveva il ceduo di castagno, destinato alla produzione di assortimenti da trasformare in pali per l’elettrificazione e per usi agricoli, è indicato spesso con il termine di [2][4]. Nei nuovi impianti si avvia tagliando le piantine dopo 2 o 3 anni mentre nei vecchi castagneti abbandonati si tagliano a raso le ceppaie. In entrambi i casi vengono emessi i polloni, sui quali si praticherà l’innesto 1 o più anni dopo.

Il ceduo semplice si governa tagliando a raso al termine del turno tutte le ceppaie. Questa pratica è consentita negli impianti artificiali, mentre nei boschi i regolamenti ammettono la matricinatura. Nel ceduo matricinato si lasciano, ad ogni taglio, un certo numero di piante, dette , il cui compito è quello di consentire la rinnovazione. Poiché il castagno ha una buona capacità di rinnovazione l’intensità della matricinatura è inferiore a quella ordinaria, riducendosi a 40-60 matricine per ettaro. Il ceduo disetaneo è praticato tradizionalmente solo in alcune località della Sardegna, della Toscana e del Veneto[14].

La fustaia differisce dal ceduo per avere una minore densità di piante e un solo fusto per ogni ceppaia. Si ottiene per evoluzione dai cedui, prolungandone il turno e selezionando i fusti che presentano i requisiti. Rappresenta la forma tradizionale di governo dei castagneti da frutto, soprattutto nelle regioni settentrionali, mentre in molte zone dell’Italia meridionale ci si orientava verso il ceduo da frutto.

Una fustaia plurisecolare.

Le densità del castagneto, a regime, dipendono dal tipo di governo e dalle condizioni di fertilità del suolo. Nei cedui si adottano intensità molto variabili, da minimi di 2-300 ceppaie a massimi di oltre 1000 ceppaie, con riferimento all’ettaro di superficie. Nelle fustaie si hanno invece densità dell’ordine di 100-200 piante ad ettaro.

La durata del turno dipende dall’indirizzo produttivo. Per i castagneti da frutto si adottano turni piuttosto lunghi, poiché la produzione di regime ha inizio a 30-50 anni dall’innesto. Per i castagneti da legno si adottano invece turni variabili secondo il tipo di assortimento mercantile richiesto. In passato si adottavano anche turni piuttosto brevi, dell’ordine di 6 anni. Questi erano finalizzati a fornire assortimenti per usi che oggi sono di marginale importanza, come ad esempio il legno per intrecci.

Gli orientamenti attuali si attestano su turni di 16-18 anni, in grado di fornire un’alta resa in assortimenti grossi e intermedi, che sono quelli richiesti dal mercato. In condizioni ottimali di fertilità, come si verifica ad esempio nei suoli di origine vulcanica e ben dotati di sostanza organica, il ceduo di castagno manifesta le migliori prestazioni produttive, con ritmi di incremento della massa legnosa paragonabili a quelli delle essenze esotiche da legno.

L’abbandono definitivo dei pali di castagno, ancora impiegati per le linee elettriche o telefoniche, indirizza la domanda di assortimenti mercantili verso il legname da sega, destinato all’industria del mobile. Questa evoluzione del mercato richiede assortimenti di diametro e lunghezza adeguati e nel tempo porta all’abbandono della castanicoltura da legno nelle stazioni meno fertili e ad un prolungamento del turno di ceduazione, con una durata ottimale di circa 25 anni[14].

Riccio di varietà del gruppo dei “Marroni”.

Per le sue prerogative, in quanto coltivato dall’antichità e secondo consuetudini locali, il castagno vanta un vasto patrimonio genetico costituito da varietà di interesse regionale, ottenute nel corso dei tempi propagando singoli cloni[15]; spesso tipi ascrivibili alla stessa origine genetica hanno denominazioni differenti secondo la località. Le varietà più pregiate sono quelle atte alla canditura, usate per la produzione del , e sono genericamente chiamate associandone il nome alla località di provenienza.

Contrariamente a quanto si pensa non tutte le varietà a frutto grosso rientrano nel gruppo dei marroni. Il marrone ha infatti le seguenti caratteristiche[15]:

  • frutto di grossa pezzatura, in numero di uno per riccio;
  • facilità di sbucciatura del seme;
  • striatura della buccia (in rilievo);
  • cicatrice ilare rettangolare[13];
  • sterilità dei fiori maschili;
  • bassa produttività.

Altre varietà, non comprese nel gruppo dei marroni, sono di pezzatura grossa e adatte alla canditura: sono tali la o , alcune varietà piemontesi (, ), il di Melfi e un gruppo di varietà denominate genericamente .

Le varietà destinate all’essiccazione o all’estrazione di farina sono di importanza marginale e da tutelare per la conservazione del germoplasma in quanto posseggono spesso particolari proprietà qualitative o fisiologiche. Fra le più famose è citata la toscana o , varietà a frutto piccolo adatta alla produzione di farina.

I tipi adatti alla castanicoltura da legno sono stati invece selezionati da vecchie varietà da farina che presentavano particolari requisiti ai fini della selvicoltura: rapido accrescimento, regolarità dei fusti, limitata emissione di rami e grandi dimensioni. Questi requisiti sono infatti finalizzati ad ottenere, in tempi relativamente brevi, assortimenti mercantili di discrete dimensioni e di buona qualità tecnologica.

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Va infine citata l’introduzione degli ibridi , per la castanicoltura da frutto in Piemonte e per la castanicoltura da legno in Francia[15].

Marrone nel riccio 2019 (Castagneto Ca Brusada – Valle del Garza)

Le più importanti malattie da funghi che colpiscono il castagno sono il cancro corticale del castagno e il mal dell’inchiostro. Gli insetti fitofagi più importanti sono il balanino delle castagne () e, fra i lepidotteri, la tignola del castagno (), la carpocapsa delle castagne () e il bombice dispari (). Dal 2002 è presente in Italia anche il cinipide galligeno del castagno (), originario dell’Estremo oriente.

Alberi monumentali[modifica | modifica wikitesto]

Castagno Miraglia

Boschi e Rocche del Roero – “la Castagna Granda”

La presenza del castagno fin dall’antichità ha fatto sì che alcuni esemplari, ancora oggi esistenti, abbiano un particolare valore storico, culturale, paesaggistico e, come tali, sono definiti alberi monumentali.

Il castagno nell’arte e nella cultura[modifica | modifica wikitesto]

Rami di castagno.

Chioma di castagno con ricci. Inizio settembre.

Letteratura italiana[modifica | modifica wikitesto]

Come dettaglio ricorrente nel paesaggio rurale e strettamente correlato alla civiltà contadina, il castagno è frequentemente citato nella letteratura, in genere come elemento di sfondo del contesto specifico o, talvolta, come oggetto specifico dell’opera. Quelli che seguono sono solo alcuni esempi tratti dalla letteratura italiana.

Il Boccaccio (1313–1375) cita il castagno nel [28] come elemento del paesaggio rurale affiancandolo all’olivo e al nocciolo.

«Ivi forse una balestra rimosso dall’altre abitazioni della terra, tra ulivi e nocciuoli e castagni, de’ quali la contrada è abondevole, comperò una possessione»

(Giovanni Boccaccio, .)

In , quinto idillio dell’opera La sampogna, Giovan Battista Marino (1569–1625) descrive Vertunno, dio dei giardini e della frutta nella mitologia romana, con due ricci di castagno al posto delle tempie[29]:

«Ne l’una e l’altra tempia
tien duo non anco aperti
di pungente castagno ispidi ricci»

(Giovan Battista Marino, )

Nel 1771, Giuseppe Parini (1729-1799), su incarico della Casa d’Asburgo, descrisse i festeggiamenti in onore delle nozze fra Ferdinando d’Asburgo-Este e Maria Beatrice d’Este in [30]. In un passo di quest’opera descrive uno dei carri allegorici del corteo, che rappresentava un castagno, sotto la cui chioma pascolava un gregge di pecore.

«Il primo di questi, che nella sua perfetta semplicità venne giudicato bellissimo, era un carro rappresentante un piccolo spazio di terreno, sopra di cui elevavasi un alto castagno. All’ombra di questo forse dodici pecore stavano pascendo l’erbe; e un biondo e rubicondo pastore, appoggiandosi al tronco…»

(Giuseppe Parini, )

Ippolito Nievo (1831–1861), nel secondo capitolo del romanzo , ricorre alla metafora del pollone emesso dalla vecchia ceppaia di castagno, per descrivere il rapporto che legava la giovane Clara, fin dalla sua infanzia, alla nonna inferma[31].

«Sembrava fin d’allora il rampollo giovinetto di castagno che sorge dal vecchio ceppo rigoglioso di vita.»

(Ippolito Nievo, )

Nell’ode [32], Giosuè Carducci (1835–1907) cita il castagno nel riferimento storico all’esilio portoghese di Carlo Alberto di Savoia, a seguito della sconfitta di Novara e l’abdicazione in favore di Vittorio Emanuele II. Carlo Alberto si ritirò ad Porto, in una villa presso la foce del Duero, in vicinanza della quale sorgeva un bosco di castagni[33].

«E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Porto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
villa del Douro,

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!»

(Giosuè Carducci, : )

Il castagno diventa addirittura un protagonista nelle opere di Giovanni Pascoli (1855–1912), che dedicò all’albero interi componimenti. , nella sezione della raccolta Myricae[34] enfatizza il ruolo della pianta nella civiltà contadina di un tempo: esso accompagna, con la sua costante presenza, la scansione delle stagioni, e nelle freddi sere dell’autunno e dell’inverno diventa un protagonista nella vita della famiglia contadina, con lo scoppiettìo della sua corteccia che brucia nel focolare e le castagne che cuociono nella pentola.

«Per te i tuguri sentono il tumulto
or del paiolo che inquïeto oscilla;
per te la fiamma sotto quel singulto
crepita e brilla:

tu, pio castagno, solo tu, l’assai
doni al villano che non ha che il sole;
tu solo il chicco, il buon di più, tu dai
alla sua prole;»

(Giovanni Pascoli, )

Non meno suggestiva è , nei [35], dove il Pascoli raffigura un vecchio albero come essere animato che parla alla pastorella Viola esortandola a prendere l’accetta.

«…Viola!… Violetta!…
Non la vedi costì? C’è da stamani.
Ce l’ha lasciata il caro zio. L’accétta!

La piglia su, domani, oggi, a due mani,
e picchia giù. Dove ella picchia, guai
a quei frassini! tristi quelli ontani!

e quei castagni! Non credevi mai,
Violetta? Lo credo! Ero il più grande!
Sono il più vecchio. Ella è per me: vedrai.»

(Giovanni Pascoli, : )

Oltre alle due citate liriche, non mancano comunque altri riferimenti più o meno espliciti nella poesia del Pascoli (per esempio nel componimento in latino Castanea) e in alcuni suoi saggi, al castagno come pianta e alla cultura contadina del castagno.

Il castagno e i suoi frutti appaiono anche nel ritratto che Grazia Deledda (1871–1936) fa della famiglia di , nel romanzo Cenere. La Deledda presenta sia come bene economico sia come componente integrante della quotidianità nella famiglia rurale della montagna barbaricina[36].

«Le castagne del piccolo Zuanne scoppiavano fra la cenere che si spargeva sul focolare.

Eravamo sposi da pochi mesi; eravamo benestanti, sorella cara: avevamo frumento, patate, castagne, uva secca, terre, case, cavallo e cane.

Si alzò, accese una primitiva candela di ferro nero, e preparò la cena: patate e sempre patate: da due giorni Olì non mangiava altro che patate e qualche castagna.»

(Grazia Deledda, )

Il poeta ottocentesco sardo Peppino Mereu (1872-1901) cita il pane di castagne come alimento rifugio dei poveri in tempi di carestia nella sua più celebre poesia, . La poesia, che ha subito diversi arrangiamenti musicali nei canti popolari della Sardegna e in una più nota versione interpretata dal gruppo dei Tazenda, è un canto di protesta che, in forma di lettera ad un amico, descrive lo stato di miseria e oppressione in cui versavano gli strati sociali più bassi nella metà dell’Ottocento[37][38].

(

SC

)

«

»

(

IT

)

«Affamati noi stiamo mangiando
pane di castagne e terra con ghiande
terra come il fango, ridiventa il povero
senza cibo, senza ricovero.»

(Peppino Mereu, )

Il Castagno dei Cento Cavalli è citato in alcune poesie in siciliano o in italiano[39]. Il poeta ottocentesco siciliano Giuseppe Borrello (18201894) citò in una sua poesia la leggenda da cui deriverebbe il nome dell’albero. La leggenda narra di una “regina Giovanna”, la cui identità non è storicamente accertata, che in occasione di un suo viaggio in Sicilia si riparò con il suo seguito sotto il castagno durante un temporale.

(

SCN

)

«

»

(

IT

)

«Un piede di castagna tanto grosso
che con i rami forma un ombrello
sotto il quale si riparò dalla pioggia, dai fulmini e dalle saette
la regina Giovanna con cento cavalieri
quando per visitare Mongibello venne sorpresa dal temporale.
Da allora si chiamò quest’albero situato entro una valle
il gran castagno dei cento cavalli.»

(Giuseppe Borrello)

Un’altra citazione dello stesso albero si ritrova in un sonetto del poeta siciliano Giuseppe Villaroel (1889–1965), in italiano, nel quale è descritta la maestosità dell’albero con suggestive metafore.

«Dal tronco, enorme torre millenaria,
i verdi rami in folli ondeggiamenti,
sotto l’amplesso querulo dei venti,
svettano ne l’ampiezza alta de l’aria.»

(Giuseppe Villaroel)

Ancora come elemento figurativo rappresentativo del paesaggio boschivo, il castagno è riproposto da Italo Calvino (1923–1985) in un racconto di . si presenta agli occhi del partigiano Binda, mentre attraversa i boschi per portare gli ordini alle postazioni[40].

«Un castagno dal tronco cavo, un lichene celeste su una pietra, lo spiazzo nudo d’una carbonaia, quinte di uno scenario spaesato e uniforme, s’animavano in lui radicate ai ricordi più remoti…»

(Italo Calvino, : )

Letteratura straniera[modifica | modifica wikitesto]

Hermann Hesse (1877–1962) dedicò al castagno l’apertura del suo [41] descrivendo il maestoso albero ubicato presso l’ingresso del seminario di Maulbronn, nella Germania meridionale, dove studiò da giovane. Nella descrizione, Hesse cita alcuni aspetti che evidenziano la natura esotica del castagno () e la sua posizione al limite settentrionale dell’areale: l’entrata tardiva in vegetazione e la difficoltà di maturazione a causa della brevità della stagione vegetativa sono infatti condizioni sfavorevoli alla diffusione di questa specie nell’Europa centrale, determinandone la sporadicità. Ancora una volta viene l’arte mette sottolinea l’immagine suggestiva dei frutti rilasciati in autunno e arrostiti nel fuoco del camino.

«Davanti all’arco d’ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c’era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia de’ suoi rami si chinava dolcemente sopra la strada, respirava libera ed ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era già verde ed anche i noci del monastero mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d’un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; e in ottobre, quando l’altra frutta era già raccolta ed il vino nei tini, lasciava cadere al vento d’autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s’azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del mezzodí, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino.»

(Hermann Hesse, )

Il castagno figura, sia pure come elemento secondario di sfondo, anche nello scenario che accompagna le riflessioni esistenziali di Antoine Roquentin ne di Jean-Paul Sartre (1905-1980)[42]:

«Invano cercavo di contare i castagni, di situarli in rapporto alla Velleda, di confrontare la loro altezza con quella dei platani: ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli, s’isolava, traboccava.»

(Jean-Paul Sartre, )

In di George Orwell sono presenti alcuni riferimenti al castagno: il bar frequentato dal protagonista Winston Smith si chiama “Bar del Castagno”, e lungo l’intero romanzo viene citata la “Canzone del Castagno”:

«Sotto il castagno, chissà perché.
Io ti ho venduto, e tu hai venduto me:
sotto i suoi rami alti e forti,
essi sono defunti e noi siam morti.»

(George Orwell, )

Il carattere di rappresentatività del castagno come elemento paesaggistico o della civiltà rurale lo ha portato anche ad essere raffigurato come soggetto nella pittura.

  • Giuseppe Tassinari (1976). . 5. ed. REDA, Roma.
  • Giuseppe Barbera (2007). . In . Mondadori, Milano. ISBN 978-88-04-56441-6.
  • Giovanni Bernetti (1995). . In . UTET, Torino: 235-249. ISBN 88-02-04867-3.
  • Sandro Pignatti (1982). . Edagricole, Bologna: 113. ISBN 88-506-2449-2.

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Le api di Mielirene sui fiori di castagno


A giugno le api impazziscono per i fiori di castagno…
Breve video sulle scorpacciate di nettare di castagno.
Azienda da agricoltura biologica. Villar San Costanzo (CN).
Armando Irene e Cherasco Claudio
www.mielirene.it

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