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Gli alberi del paradiso

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Traduzione dallo spagnolo a cura di Anna Polino

 

Guénon svela il simbolismo tradizionale dell’Albero della Vita, e del cosiddetto

Albero della Scienza del Bene e del Male, così come della croce, della crocifissione di Cristo,

del serpente di bronzo, dell’albero di fico…

Nel suo notevole articolo dell’agosto-settembre del 1925, Louis Charbonneau-Lassay mostrò che l’albero, generalmente, è nel Cristianesimo come nell’antichità precristiana, un emblema di resurrezione. Da parte nostra, abbiamo indicato (dicembre del 1925) che l’albero è anche una figura del “centro del mondo”; e questi due significati, che per di più non sono privi di relazioni abbastanza strette tra loro e che si completano ammirevolmente, sono proprio l’uno e l’altro che fanno dell’albero, come effettivamente è successo, un simbolo di Cristo.

Riguardo a ciò, abbiamo fatto allusione in particolare all’Albero della Vita che era posizionato al centro del Paradiso Terrestre, e che unisce chiaramente in esso i due significati trattati. Pensiamo anche che molti alberi emblematici, di specie diverse a seconda dei paesi, o a volte non appartenenti a nessuna specie che si trovi in natura, siano stati presi inizialmente per rappresentare l’ “Albero della Vita” o “Albero del Mondo”, benché questo primo significato abbia potuto, in alcuni casi, essere più o meno dimenticato in seguito. Come possiamo spiegarci in particolare il nome medievale dell’albero “Paradision”, nome che è stato a volte stranamente deformato in “Peridexion”, così come proposto in una certa epoca?

Ma, nel Paradiso Terrestre, non solo c’era l’Albero della Vita; ce n’era un altro che svolge una funzione non meno importante, e anche più generalmente conosciuta: è l’Albero della Scienza del Bene e del Male. I legami esistenti tra questi due alberi sono molto misteriosi; e, secondo il testo del racconto biblico, essi erano situati molto vicini l’uno all’altro. In effetti la “Genesi” subito dopo aver indicato al centro del giardino l’Albero della Vita, identifica l’Albero della Scienza del Bene e del Male (II,9), più avanti si dice che anche l’Albero della Scienza del Bene e del Male era “in mezzo al giardino” (III,3); e alla fine Adamo, dopo averne mangiato il frutto non avrebbe dovuto fare altro in seguito che “allungare” la mano per cogliere anche quello dell’Albero della Vita (III,22). Nel secondo di questi tre passaggi della Genesi, la proibizione fatta da Dio si relaziona unicamente all’“albero che sta in mezzo al giardino” , e di cui non è specificato nient’altro; ma, rinviando all’altro passaggio in cui questa proibizione è stata già enunciata (III,17), è evidente che si tratta in questo caso dell’Albero della Scienza del Bene e del Male. E’ in ragione della vicinanza dei due alberi, che sono fino a questo punto così strettamente uniti nel simbolismo, che alcuni alberi emblematici presentano caratteristiche che li evocano insieme? Su questo aspetto vorremmo ora richiamare l’attenzione per completare ciò che abbiamo detto precedentemente, tra l’altro senza avere assolutamente la pretesa di approfondire una questione che ci sembra estremamente complessa.

La natura dell’Albero della Scienza del Bene e del Male può, come indica il nome stesso, essere caratterizzata dalla dualità, non potrebbe essere lo stesso per l’Albero della Vita, la cui funzione di “Centro del mondo” implica essenzialmente l’unità. Quando poi troviamo in un albero emblematico l’immagine della dualità, sembra che sia necessario vedere in essa un’allusione all’Albero della Scienza, mentre sotto altri aspetti, il simbolo considerato sarebbe incontestabilmente una figura dell’Albero della Vita. D’altro lato l’”Albero dei vivi e dei morti”, i cui frutti rappresentano rispettivamente le buone e le cattive opere, si imparenta chiaramente con l’Albero della Scienza del Bene e del Male; e allo stesso tempo il suo tronco che è Cristo stesso, lo identifica con l’Albero della Vita. Abbiamo già comparato questo simbolo medievale con l’albero sefirotico della Cabala ebraica, che è espressamente designato come l’Albero della Vita e dove, comunque, la “colonna di destra” e la “colonna di sinistra” rappresentano una dualità analoga; ma fra le due è nella “colonna di mezzo” che si equilibrano le due tendenze opposte, e dove si ritrova così la vera unità dell’Albero della Vita.

Questo ci porta a un’osservazione che ci sembra abbastanza importante: quando siamo al cospetto di un albero che presenta la forma ternaria, come quello dell’ “ex-libris” ermetico di cui Louis Charbonneau-Lassay ha dato la riproduzione (agosto-settembre del 1925, p. 179), può accadere che tale ternario, oltre al suo significato proprio in quanto ternario, abbia un ulteriore significato che scaturisce dal fatto di essere scomponibile nell’unità e dualità di cui abbiamo appena parlato. Nell’esempio che abbiamo citato, l’idea di dualità è inoltre espressa chiaramente dalle due colonne o meglio dai due prismi triangolari che rimandano al sole e alla luna (la correlazione di questi due astri corrisponde anche a uno degli aspetti di questa dualità considerata nell’ordine cosmico). Tale albero potrebbe molto bene sintetizzare in sé in un certo modo, le nature dell’Albero della Vita e dell’Albero della Scienza del Bene e del Male, come se questi si trovassero riuniti in uno solo [1]. Al posto di un albero unico, si potrebbero avere anche con lo stesso significato, tre alberi uniti dalle loro radici e disposti come le tre colonne dell’albero sefirotico (o come i tre portali e le tre navate di una cattedrale, e a questa disposizione alludiamo alla parte fianle del nostro ultimo articolo); sarebbe interessante investigare se esistano effettivamente nel simbolismo cristiano esempi iconografici di tale figurazione.

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La natura duale dell’Albero della Scienza appare ad Adamo solo nel momento della caduta, visto che è in quel momento che diviene “conoscitore del bene e del male” (III,22)[2]. Ed è proprio in quel momento che è allontanato dal centro, che è il luogo dell’unità prima alla quale corrisponde l’Albero della Vita; ed è precisamente “per preservare la strada dell’Albero della Vita”, che i cherubini, armati della spada fiammeggiante, sono posti all’entrata dell’Eden (III,24). Questo centro è diventato inaccessibile per l’uomo caduto, avendo , come abbiamo detto precedentemente (agosto-settembre del 1925), perso il senso dell’eternità, che è anche “il senso dell’unità”.

Ciò che abbiamo appena indicato riappare, d’altro canto, nel simbolismo di Janus; il terzo viso di questi, che è quello vero [3], è quello invisibile, così come l’Albero della Vita è inaccessibile nello stato di decadenza dell’umanità; vedere questo terzo viso di Janus, o raggiungere l’Albero della Vita, è il “senso di eternità”. Le due facce visibili, sono la stessa dualità che costituisce l’Albero della Scienza; e abbiamo già spiegato che la condizione temporale, in cui l’uomo si trova chiuso a causa della caduta, risponde precisamente a uno degli aspetti di Janus, quello dove i due visi sono considerati come rivolti rispettivamente al passato e al futuro (si veda il nostro articolo del dicembre 1925). Queste osservazioni giustificano l’approssimazione che abbiamo fatto dunque fra simboli che, a prima vista, possono sembrare interamente differenti, ma fra i quali esistono comunque relazioni molto strette, che si fanno manifeste dal momento in cui ci si dispone un po’ ad approfondirne il significato.

C’è ancora un altro aspetto particolarmente degno  di nota: abbiamo ricordato, ciò che tutti per di più sanno e che si comprende da se stesso, e cioè che la croce del Salvatore si identifica simbolicamente con l’Albero della Vita; ma, d’altra parte, secondo una “leggenda della Croce” in voga nel medioevo, la croce sarebbe stata fatta con il legno dell’Albero della Scienza, di modo che questo, oltre ad essere stato lo strumento della caduta, si sarebbe così tramutato in quello della Redenzione; c’è qui come un’allusione al ristabilirsi dell’ordine primordiale attraverso la Redenzione; è opportuno paragonare tale simbolismo a ciò che dice S. Paolo dei due Adami (I,”Corinti”, XV); ma, in questa nuova funzione, che è inversa alla prima, l’Albero della Scienza si assimila in un certo modo all’Albero dellaVita, che torna allora ad essere accessibile all’umanità: l’Eucaristia non è realmente comparabile al frutto dell’Albero della Vita?

Questo ci fa pensare, d’altronde, al serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto (Numeri XXI), che si sa essere una figura del Cristo Redentore,lo stesso posto sull’asta che ricorda anch’essa l’Albero della Vita. Comunque il serpente è abitualmente associato all’Albero della Scienza; ma allora è considerato nel suo aspetto malefico, e abbiamo già osservato che, come molti altri simboli, ci sono due significati opposti (agosto-settembre del 1925, p. 191). Non bisogna confondere il serpente che rappresenta la vita con quello che rappresenta la morte, il serpente che è un simbolo di Cristo con quello che è un simbolo di Satana (e ciò anche quando si trovano strettamente riuniti nella curiosa figura dell’”anfisbena” o serpente dalle due teste); ma si potrebbe dire che la relazione  di questi due aspetti contrari non permette di stabilire alcuna analogia con quella dei due ruoli che svolgono rispettivamente l’Albero della Vita e l’Albero della Scienza?

Abbiamo parlato poco prima di una figura possibile di tre alberi di cui quello centrale rappresenterebbe l’Albero della Vita, mentre gli altri due evocherebbero la doppia natura dell’Albero della Scienza del bene e del male. Ecco che in particolare, a proposito della Croce, troviamo qualcosa di questo genere: non è questa in effetti l’idea che deve ispirarci vedendo la croce di Cristo fra quelle del buono e del cattivo ladrone? Questi sono collocati rispettivamente a destra e a sinistra del Cristo crocifisso, così come gli eletti e i condannati lo saranno alla destra e alla sinistra di Cristo nel Giudizio finale; e allo stesso tempo coloro che rappresentano evidentemente il bene e il male, corrispondono anche in relazione a Cristo, alla Misericordia e al Rigore, gli attributi caratteristici delle due colonne dell’albero sefirotico. La croce di Cristo occupa sempre il luogo centrale che appartiene propriamente all’Albero della Vita; e lo stesso avviene quando è rappresentata tra il sole e la luna: essa è allora realmente il “Centro del Mondo”.

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Queste ultime riflessioni ci obbligano a ricordare quanto segue, che si è portati a perdere di vista troppo frequentemente: i fatti storici, abbiamo detto, hanno una loro realtà propria, un valore simbolico, perché esprimono e traducono nel loro ordine i principi da cui dipendono, e allo stesso modo l’intera natura, di cui fanno parte, è come un simbolo del soprannaturale. Se è così, la crocifissione di Cristo fra i due ladroni non è solamente un simbolo, come potrebbero supporre quelli che interpretano male tale punto di vista; essa è anche, e per prima cosa, un fatto; ma è precisamente questo fatto stesso che, come tutti quelli della vita di Cristo, è allo stesso tempo un simbolo, e ciò gli conferisce un valore universale.. Ci sembra che, se si considerassero le cose in questo modo, il compimento delle profezie apparirebbe con un significato molto più profondo che quello a cui si limita comunemente; e, parlando qui di profezie, includiamo in esse anche tutte le “prefigurazioni”, che hanno un carattere realmente profetico.

A proposito di questa questione delle “ prefigurazioni”, ci è stato segnalato un fatto importante: la croce, nella sua forma abituale quella della croce stessa di Cristo, si trova nei geroglifici egizi con il senso di “salvezza” (per esempio nel nome di Ptolomeo Soter). Questo segno è chiaramente distinto dalla “croce ansata” che, d’altro canto, esprime l’idea di “vita” e che è stata tra l’altro utilizzata come simbolo dai cristiani dei primi secoli. Ci si può chiedere, inoltre, se il primo dei due geroglifici non abbia qualche relazione con la figurazione dell’Albero della Vita, cosa che legherebbe una all’altra entrambe le forme differenti della croce , visto che il loro significato sarebbe così in parte identico e, in ogni caso, ci sarebbe  fra le idee di “vita” e “salvezza” una connessione evidente.

Attraverso queste considerazioni, dobbiamo aggiungere che, se l’albero è uno dei simboli principali del “Centro del Mondo”, non è l’unico; la montagna lo è ugualmente, ed è comune a molte tradizioni differenti, l’albero e la montagna sono anche associati a volte l’uno all’altro. La pietra stessa (che può inoltre essere considerata come una rappresentazione ridotta della montagna, benché non sia unicamente questo) svolge anche la stessa funzione in certi casi; e tale simbolo della pietra, come quello dell’albero, è molto frequentemente in relazione con quello del serpente. Avremo senza dubbio occasione di parlare nuovamente di queste diverse figure in altri studi; però dobbiamo segnalare fin da ora che, poiché si relazionano tutte con il “Centro del Mondo” non mancano di un legame più o meno diretto con il simbolo del cuore, di modo che, in tutto ciò, non ci allontaniamo tanto dall’oggetto proprio di questa rivista come alcuni potrebbero credere; e torniamo ad esso in modo più immediato, per un’ultima osservazione.

Possiamo affermare che, in un certo senso, l’Albero della Vita è diventato accessibile all’uomo attraverso la Redenzione; in altri termini si potrebbe dire anche che il vero Cristiano è colui che, almeno virtualmente, è reintegrato nei diritti e nella dignità dell’umanità primordiale, e che ha, conseguentemente, la possibilità di rientrare in Paradiso, nella dimora dell’”immortalità”. Senza dubbio questa reintegrazione non si effettuerà pienamente per l’umanità collettiva, ma quando “ la nuova Gerusalemme scenderà dal cielo sulla terra” (Apocalisse XXI), poiché ciò sarà il compimento perfetto del Cristianesimo, che coincide con la restaurazione non meno perfetta dell’ordine anteriore alla caduta. Non è meno certo che attualmente ancora, la reintegrazione può essere considerata individualmente, se non in una maniera generale; e tale è, pensiamo, il significato più completo dell’”habitat spirituale nel cuore di Cristo”, di cui parlava recentemente Louis Charbonneau Lassay (gennaio del 1926), visto che, come il Paradiso Terrestre, il Cuore di Cristo è veramente il “Centro del Mondo” e la “dimora dell’immortalità”.

[1] In un passaggio dell’”Astrea” di Honoré D’Urfé, di cui non abbiamo potuto disgraziatamente trovare il riferimento esatto, si tratta di un albero di tre rami, secondo una tradizione che sembra essere di origine druidica.

[2] Quando “i loro occhi furono aperti”, Adamo ed Eva si coprirono con foglie di fico (III, 7), ciò bisogna relazionarlo con il fatto che, nella tradizione hindù, l’”Albero del mondo” è rappresentato dal fico; e anche il ruolo che gioca lo stesso albero nel Vangelo  meriterebbe di essere studiato in modo particolare.

[3] Janus ha tre facce come Hécate, che non è altro che Jana o Diana.

Gli interessati ai servizi di traduzione di Anna Pollino possono contattarla all’email: [email protected] o tramite cellulare: 3207817877


Alberi del Paradiso // Italy


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